Tumori della pelle: il percorso diagnostico
Dott.
Damiano Carota
Anatomopatologo della divisione di Anatomia Patologica
I tumori della pelle comprendono diverse tipologie di neoplasie, ognuna con caratteristiche e livelli di aggressività differenti. In questo articolo vedremo come riconoscere i sintomi, come funziona una biopsia cutanea e cosa succede al campione in laboratorio. Infine, faremo chiarezza su come leggere il referto istologico per capire quali esami fare e come impostare la terapia migliore. Ecco tutto quello che è utile sapere.
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Quali sono i principali tumori maligni della pelle, e come vengono diagnosticati?
Esistono diverse tipologie di tumori cutanei maligni, ciascuna con un comportamento biologico distinto. Il più frequente è il carcinoma basocellulare, neoplasia che insorge prevalentemente sulla cute altamente e cronicamente esposta alla luce solare e che, in base al sottotipo, può avere una crescita più o meno veloce con tendenza all’invasività locale ma bassa probabilità di metastatizzazione. Seguono, tra i più frequenti, il carcinoma squamocellulare, più aggressivo e con tendenza alle metastasi linfonodali, e la grande famiglia dei melanomi, tumori spesso aggressivi che possono insorgere sulla cute soggetta a elevata e prolungata esposizione solare, sulla cute non foto-esposta, nell’occhio e nelle mucose.
La diagnostica dei tumori cutanei prevede la partecipazione di diverse figure, a partire dal paziente stesso con il periodico autoesame della pelle e regolari visite di controllo dermatologiche. Il chirurgo (dermatologo, plastico o generale) può eseguire una biopsia su una lesione sospetta, e sarà infine l’anatomopatologo a pronunciarsi sulla diagnosi definitiva, dopo averla campionata in laboratorio e valutata al microscopio.
In determinati casi, una volta espressa la diagnosi, varie figure mediche comprendenti oncologo, chirurgo, anatomopatologo, radiologo e radioterapista si riuniscono per stabilire l’iter terapeutico più adeguato al paziente.
Cos’è una biopsia cutanea, e come viene eseguita?
In base alla tipologia di tumore, la biopsia cutanea prevede l’asportazione in parte o completa della neoplasia. Nel primo caso si parla di biopsia “incisionale”, finalizzata alla sola conferma diagnostica, nel secondo di biopsia “escissionale”, che prevede l’asportazione completa della lesione.
La biopsia è necessaria affinché l’anatomopatologo possa studiare la natura di tale lesione e determinarne tutti i parametri essenziali per la diagnosi e il successivo iter terapeutico. Talvolta potrebbe essere necessario che il paziente si sottoponga a un secondo intervento di “radicalizzazione” o “allargamento dei margini”, in cui il chirurgo asporta la cute attorno alla cicatrice al fine di assicurare una resezione quanto più radicale possibile della lesione.
Cosa succede al campione di pelle in laboratorio?
Dopo l’intervento, il campione viene immerso in un liquido, la formalina, che lo conserva inalterato, e poi inviato al reparto di anatomia patologica. Qui seguirà una serie di step, dal campionamento alla processazione, che permetteranno di ottenere come risultato finale delle fette sottilissime di tessuto apposte su dei vetrini che, una volta colorati, l’anatomopatologo potrà osservare al microscopio ottico.
Il microscopio permette di osservare le singole cellule tumorali, nonché i rapporti tra queste e i tessuti circostanti. L’anatomopatologo potrà anche avvalersi di speciali colorazioni “immunoistochimiche” per distinguere le varie tipologie di cellule. Talvolta la diagnosi può rivelarsi più complessa del previsto, per cui bisogna ricorrere a indagini di biologia molecolare che studiano il profilo genetico del tumore e possono indirizzare l’anatomopatologo verso una specifica categoria diagnostica.
Cosa dice il referto istopatologico, e come si legge?
Il referto anatomopatologico di un tumore consiste in un elenco dettagliato di tutti quei parametri e delle caratteristiche della lesione necessari per il successivo iter diagnostico-terapeutico. Con un linguaggio estremamente tecnico, il referto è rivolto a tutte le figure mediche che prenderanno in carico il paziente; per questo motivo, quando viene ricevuto dal paziente, dovrà essere letto e interpretato dal medico specialista che l’ha preso in cura.
Vi è un ricco glossario di termini che si possono leggere nel referto di un tumore della pelle, tra cui:
- margini di resezione: indicano la qualità dell’asportazione della lesione. Se al microscopio il tumore giunge a una certa distanza dai margini, che verranno definiti “indenni o liberi”, potrebbe non essere necessario un ulteriore intervento di allargamento; se, invece, il tumore interessa i margini di resezione, vuol dire che parte di esso potrebbe non essere stato asportato, rendendo necessario, quando possibile, un ampliamento chirurgico del pregresso intervento. In casi specifici si può invece ricorrere alla radioterapia o a terapie farmacologiche;
- spessore di Breslow: indica lo spessore in millimetri del melanoma, ossia quanto si è spinto in profondità nella cute, ed è un parametro fondamentale che suggerisce al clinico il grado di aggressività e lo stadio del tumore e pone indicazione, da un certo valore in poi, all’esecuzione della cosiddetta “biopsia del linfonodo sentinella”;
- grado di differenziazione: indica quanto le cellule tumorali “assomigliano” al tessuto di origine; più il tumore è “ben differenziato”, minore sarà, tendenzialmente, la sua aggressività;
- invasione vascolare e perineurale: quando il tumore si estende ai vasi sanguigni e/o linfatici e alle strutture nervose aumenta il rischio di metastasi a distanza e di recidiva locale.
Quali ulteriori esami possono essere richiesti dopo la diagnosi?
Il lavoro dell’anatomopatologo, a volte, non si conclude con l’identificare il tipo di tumore e misurarne i margini. Oggi, infatti, principalmente nel melanoma si rende spesso necessario lo studio delle alterazioni genetiche che vi stanno alla base, al fine di individuare la terapia quanto più efficace possibile. L’esempio più classico nel melanoma è la valutazione dello stato mutazionale del gene BRAF, che in uno specifico contesto molecolare può permettere all’oncologo l’utilizzo di appositi farmaci, i quali risulterebbero altrimenti non efficaci. Sarà l’oncologo, di comune accordo con l’anatomopatologo e il laboratorio di patologia molecolare, a richiedere i test molecolari necessari per ogni specifico caso, che verranno effettuati tendenzialmente sul campione già asportato chirurgicamente o, in certi contesti, su un prelievo di sangue del paziente.